CITAZIONE COLTA

Dal 24 Giugno 2014 al 10 Luglio 2014

Università IULM - MILANO

 CITAZIONE COLTA è l'allucinazione più significativa della mia vita e anche la più bella che io abbia vissuto. Risale al 1998 prima dei figli ma con mio marito Enrico. L'ho avuta a Santiago di Compostela al termine di un percorso partito da Barcellona. Un viaggio mistico e tempestato dai miei cambi di umore e da eccessi. Santiago era l'arrivo. E proprio li una sera sola in uno spazio aperto mi trovai a camminare sul cielo con un albero di melo capovolto. Ho provato una sensazione inenarrabile, poi tutto è tornato normale, a parte me ovviamente. E' da allora che vorrei condividere la mia visione, questo viaggio nell'inconscio, attraverso un atto creativo, un'opera. Ma invece questa esperienza archetipi me la sono tenuta dentro per anni. Poi è arrivato il momento di desiderare fortemente di tirarla fuori. Ma come? Tecnicamente per coinvolgere il fruitore trovavo difficoltà notevoli. Posso dire che ho dovuto rinunciare a tutto e sintetizzare al massimo. Ma mi auguro solo si percepisca anche se lontanamente cosa ho provato e arrivi anche meno della metà allo spettatore. Lavorare a questo progetto mi ha fatto vibrare, ho oscillato e corso come se ci fosse qualcosa che mi imponeva di non fermarmi mai. Questo è tipicamente nella mia natura, a fatica riesco a barcamenarmi tra l'impeto emozionale e l'equilibrio che mi consente di raggiungere l'obbiettivo. Una volta un mio nipotino mi disse "zia ammazza il lupo che ti sta inseguendo". E io continuo a correre. FG

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La mostra espone dieci quadri di due pannelli ciascuno (Dittici) matita e acquerello acrilico su carta fotografica.I pannelli superiori rappresentano un albero di mele capovolto che gira su se stesso; i pannelli inferiori rappresentano il graduale passaggio del cielo dalla mattina alla sera.

 

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  • Dittico1 - 100x100 cm
  • Dittico2 - 50x50 cm
  • Dittico3 - 50x50 cm
  • Dittico4 - 50x50 cm
  • Dittico5 - 50x50 cm
  • Dittico6 - 50x50 cm
  • Dittico7 - 50x50 cm
  • Dittico8 - 50x50 cm
  • Dittico9 - 50x50 cm
  • Dittico10 -100x100 cm

 

 

 

 

La mostra espone anche una rappresentazione video digitale. In un cubo viene proiettato un albero capovolto che ruota e, alla base, il cielo in movimento.

 

 

PERCHÉ I GATTI.

Ho bisogno della magia dei gatti,
del loro esoterismo,
della loro sacralità, del misticismo.
Sono animali divinizzati o demonizzati,
perseguitati.
Sono il bene e il male.
Sono il femminile.
La maternità.
Stimolano il pensiero.


Sono puliti sempre.
Sono belli.
Eleganti.
Agili.
Amano la notte, vedono di notte.
Cacciano di notte.
Sono sfuggenti
ma se vogliono essere coccolati,
sono suadenti e insistenti.
Non si fanno dominare,
sono indipendenti ma territoriali.
I gatti sono fuori dal mondo.

È misterioso anche questo loro ronfare,
rilassante, ipnotico.
Non stancano,
hanno bisogno di poche cure......
Loro....Curano.....Guariscono
Sorprendono e mi proteggono
dalle energie negative, con i loro poteri......
I miei.
 

 

RECENSIONI

"Citazione còlta" di Federica Giglio è il titolo della mostra organizzata nell'ambito della Milanesiana di quest'anno, grazie all'allestimento di Enrico Cerioni e in collaborazione con l'Università IULM e Luca Volpatti. L'artista stessa dichiara fin dalle prime righe del catalogo della mostra la sua verità umana, il suo disturbo, ciò che le fa dire che "gli abissi ci sono", ma anche, e proprio per questo, che c'è per lei un'occasione irripetibile, la possibilità della "visione", in cui pare condensarsi il senso dell'arte, il suo momento mistico. Che è poi quello da lei ricordato, quello che accadde, che ebbe luogo anni fa, a Santiago di Compostela. Attraverso l'installazione di una presenza geometrica, Federica Giglio ci rende partecipi a una presenza inaggirabile - un "cubo" di chiusura, raccoglimento, protezione e rifrazione. Un'esperienza che poi, nei "Dittici", ci restituisce invece le immagini di allora: acque, nuvole, cieli, frutti. Le illuminazioni di un "nodo di dolore che produce la prima scintilla", come scrive Furio Colombo. I dipinti qui presentati sono "esche amorose", secondo la felice definizione di Vittorio Sgarbi. "Organismi viventi in quanto vivono, palpitano e sospirano". Vediamo all'opera tutto ciò nei colori, per esempio in quegli azzurri e blu che virano al violetto e che sono di certo figurazioni dell'inconscio, di quel "nodo" di cui dicevo poca fa. In modo forse analogo alle illustrazioni del celebre "Libro rosso" di Jung, qui è la voce più profonda che parla, quella che di solito è compressa, rimossa, misconosciuta. Una voce che è subito colore, movimento, bisbiglio degli invisibili che per un istante si mostrano, prima di ritornare in luoghi senza tempo, senza punti cardinali che li possano identificare. Un attimo di luce e di felicità che tracima, sottratto al silenzio: ecco i quadri di Federica Giglio
E' un mondo nuovo che prima non c'era questo che trovate nella pittura e nelle installazioni di Federica Giglio. Non è nè sopra nè sotto, nè a est nè a ovest. Non è esattamente in relazione con qualche cosa rispetto a cui cambia o innova. Con il suo lavoro di artista nasce vita che prima non c'era e che vi chiede di essere altrove. Lei dice - ha detto - "oltre". Ma non per far sapere che è più brava o più avanti. Piuttosto per avvertirci che ci sono altri luoghi o terre o stati d'animo o mondi interiori, di anima e di materia, la leggerezza breve e non misurabile di un istante di luce, la ricerca, lo scavo, la lunga attesa, un groviglio di gioia, un nodo di dolore, strappo, meditazione, impeto precipitoso che, all'improvviso, diventa quella strana e misteriosa rivelazione che è il lavoro dell'arte. Noi, i destinatari di ciò che accade alla Giglio e che la Giglio fa apparire per noi, il mondo di persone che si voltano perchè hanno visto partire segnali, ci domandiamo se possiamo soltanto guardare. E in che modo possiamo capire. Stiamo parlando - e osservando - il mondo interiore di una persona, che ha la capacità di trasformare un bisbiglio in una voce chiara e diversa. E troviamo all'improvviso, lungo il percorso, una collezione di opere da giudicare secondo il criterio del mai visto, del bello, del nuovo, dello stupore, della scoperta. Però qui qualcosa cambia tutto. Il problema non è la bellezza, non è l'ornamento, non nè il gradevole nè l'utile, nel senso di far migliore l'ambiente, di abbellire uno spazio. Il problema è di capire (di sapere) in che modo un nodo di dolore produce la prima scintilla. Certo una scossa di disorientamento introduce l'avventura, che è una forma di speranza, e fa capire che, proprio in un momento di desolazione e abbandono, scaturisce, come da una fonte inaspettatamente scoperta quando tutto sembrava arido, un fiume di vita. Il fiume si getta verso il creare, cercare, provare, accostare, montare, distruggere, creare ancora, seguendo bagliori di idee, intuizioni da un orizzonte vastissimo, trasalimenti e marce lunghe. Tutto ciò avviene in un alternarsi di momenti di blocco e improvvise corse in avanti, troppo lunghe le soste (così crede l'artista) troppo affannate le corse, così che l'autore (certo questa autrice) non è mai in armonia con coloro che, per qualche ragione, hanno interesse al suo lavoro e sono pronti ad essere coinvolti o appagati o sorpresi. È un legame asimmetrico quello che Federica Giglio stabilisce con chi si accosta al suo lavoro.
È una lotta bella e dura e inevitabile come la lotta della natura. Della natura ha la capacità di passare, qualunque cosa costi, dal buio alla luce, senza altri addittivi o artifici che non siano volontà di splendore che è dentro la cosa stessa. Poi compete con se stessa, accelera, corre avanti a perdifiato. La felicità non è il suo mestiere, eppure la provoca con finestre che si aprono all'improvviso su un suo sconfinato orizzonte. Ma attenzione, sono finestre piccole, o meglio, in contraddizione con l'ampiezza luminosa di ciò che vedi, e che senti, e che crea una euforia strana, non proprio gioia, ma certo tensione verso qualcosa che potrebbe anche esistere. Perchè quei cerchi e quelle strisce di rosso che forse sono nuvole del tramonto, quel blu di acqua e di cielo, che sono una invocazione della natura, ti appaiono ad un tratto come l'annuncio della liberazione, come lo sbocco in una larga sosta di pace. Eppure pace non è il luogo giusto per una ricerca disperata e felice che, lo capite bene guardando questo lavoro, non può ne compiacersi, benchè sia bello, nè fermarsi, benchè appaia un'opera compiuta. Non è che un sasso rassicurante su cui poggiare il piede per attraversare un torrente violer:o che continua a promettere, se lo passi, nuove e diverse rivelazioni. Promette lo stupore di altro lavoro che non sarà né questo, né quello di presa e non sarà pace. Sarà una strana celebrazione. Ad essa parteciperanno in tanti, con quella ebrezza - euforia che il suo lavoro provoca. Ma non Federica Giglio. Lei starà cercando, nel torrente n piena, l'altro sasso su cui poggiare il piede per il salto pericoloso e irrinunciabile che viene dopo. Questo che vedete non è che un frammento dell'avventura.

Federica Giglio dipinge, ma i suoi quadri sono esche amorose e stabiliscono con chi li guarda e con chi ne conosce l'autrice un rapporto intimo, personale e non semplicemente estetico. I quadri ti guardano e tu li vedi agire, devi esserne parte. Così, al critico, non è chiesto un giudizio critico ma una testimonianza di affetto, che stabilisca una relazione o almeno un'intesa. Non puoi vederli e distaccartene. Così, dopo alcune visite, Federica lascia un documento del nostro rapporto di cui i quadri sono specchi: "Ci siamo visti tre volte. Una era l'occasione della mia mostra OLTREOLTREOLTREOLTRE a casa mia, una a casa tua. Dove sono stata testimone di una vera e propria processione. Un'ultima volta a casa mia per CITAZIONE COLTA. Poi sei sparito, inglobato dal turbinio della tua vita ma intervallato dai miei messaggi. Devo davvero averti infastidito anche se di rado mi hai anche risposto. Avrei voluto vederti, parlarti. Ma questi sono i tempi dell'attesa. Come ho scritto nel testo introduttivo di CITAZIONE COLTA io corro, per questo mi sembra tutto terribilmente lento. Ma questi sono i tempi dell'attesa. Ho dovuto aspettare che il melo maturasse, e ce n'è voluto di tempo. Quando c'erano giornate di sole passavo il tempo girandolo a intervalli di un quarto d'ora così che maturassero su tutti i lati contemporaneamente. Ci parlavo e gli dicevo: "diventa rosso per favore': I tempi dell'attesa che la natura facesse il suo corso. Adesso aspetto il tuo testo. Ma i tempi dell'attesa portano con se l'alone di mistero, non sapere cosa accadrà, quando, come e se accadrà. I tempi dell'attesa sono spesso ottusi, quando c'è di mezzo la burocrazia. Ma anche questi sono i tempi dell'attesa. Insomma devo imparare a rispettare i tempi dell'attesa perché non sono il centro del mondo. Anche se, detto fra noi, faccio fatica a crederlo". Cè qualcosa di ingenuo e di infantile in questo racconto d'ansia. Il desiderio che le opere parlino dicendo una verità umana che apre a prospettive di affetti e di amicizia. Perché i quadri di Federica sono organismi viventi in quanto vivono, palpitano e sospirano. E aspirano ad appartenerti o farti appartenere a loro. Essi nascono da una condizione di felicità, come un paradiso ritrovato, un paradiso di luci, di colori che si esprimono in due grandi dittici e in altri otto più piccoli. Non raccontano e non dimostrano. Sono. Come la natura. Come i fiori, le ciliegie, le luci delle albe e dei tramonti, le nuvole.
In questi dipinti non c'è ansia, non c'è affanno, non c'è preoccupazione per l'attesa. Nel Novecento aveva restituito questa condizione un pittore puro e luminoso come Raoul Dufy. Dietro i suoi dipinti non c'erano turbamenti, ma una situazione di beatitudine. Le immagini della Giglio sono invece immagini di quiete dopo la tempesta. Presuppongono un momento di pacificazione dopo l'ansia. Un rallentamento dopo l'accelerazione, la frenesia e l'improvvisa furia. La pittura per Federica è pausa, rifugio, alternativa al mondo. Parla di una persona diversa da lei che si accomoda davanti alla natura e ne sente i lenti passaggi di ore e di stagioni. Dalla mattina alla sera. Dalla primavera all'estate. Le opere di Federica non danno risposte perché non si pongono domande, come le piante che crescono o i fiori e i frutti che hanno le proprie stagioni. D'altra parte il critico parla di quello che vede, anche se talvolta è osservato dai personaggi che si rivelano nei loro ritratti. Ma è una condizione accidentale. Il critico può non occuparsi o preoccuparsi della persona che dipinge, con i suoi problemi, i suoi turbamenti, le sue motivazioni. Per questo il testo arriva solo ora, perché non è una risposta alle ansie e alle attese di Federica ma il tentativo di dire ciò che resta di lei, oltre di lei, nelle sue opere. E perfino ciò che esse ci dicono al di là della sua volontà, delle sue aspettative, dei suoi desideri. Federica cerca amicizia, amore, comprensione. Le opere aspettano di essere interpretate. E per loro maggio o giugno sono solo nomi di mesi, non giornate di attesa sfibrante.